Filosofia del dandysmo

filosofia-del-dandysmoIn “Filosofia del dandysmo” (Excelsior 1881, 2010) Daniel S. Schiffer prova a rispondere ad una semplice questione: cos’è il dandy? Una domanda a cui sicuramente pochi si fermano a pensare, perché il dandy da sempre è lo snob, la persona che veste retro’, l’individuo da additare per il suo modo di fare. Il dandy non è nulla di tutto ciò: nato nel periodo del XIX secolo in contrapposizione al bohemien, trova nella dottrina dell’eleganza la sua summa unendo la raffinatezza dell’abbigliamento e del linguaggio per creare un’opera d’arte.

Allo stesso tempo però ecco il dandy che si sofferma a pensare sulla beltà della vita, sulla particolarità del suo essere e sul suo anticonformismo, col suo bastone per camminare, col suo cilindro malandato e le sue mani contornate da guanti che le possano estraniare dalla realtà ma non dalla vita. Il più nobile e il più attentamente raffinato stereotipo della società vittoriana spazia tra il nichilismo di Nietzsche e la sua affermazione sulla morte di Dio fino all’esistenzialismo di Kirkegaard, uno dei primi veri dandy noti alla filosofia, checchè si possa ipotizzare su Lord Brummell.

Così abilmente contro l’aristocrazia ma allo stesso tempo così affascinato dalle corti e dalle feste di gala, in Baudelaire il dandy trova il suo più grande dilemma reale andando quasi ad annullare, col francese, la linea che lo separata dal boheme. Ma ecco che a salvarci sarà l’arte e con essa la vita e la sua raffinatezza, in un tripudio di beltà ed eleganza, tra lo sbattere della suola dura delle scarpe sul parquet delle sale di gala e l’andare del bastone gommato che a ritmo si rende terza gamba del dandy.

Filosofia del dandysmo offre una grande possibilità di approfondire le proprie conoscenze filosofiche offrendo anche diversi spunti di ragionamento partendo proprio dalla realtà di dandy nell’uomo che ha abbandonato la concezione di Dio e ha creduto nella sua morte, come il folle de La Gaia Scienza, o che è riuscito a sublimare se stesso portando ad essere la sua vita un’opera d’arte, come Dorian Gray e il suo mentore Henry Wotton di Oscar Wilde. Regalando a tutti i lettori un’autorevole disamina filosofica sulla figura del dandy, Schiffer arriva a chiarire definitivamente la pienezza di una concezione filosofia e letterale che riesce a trascendere e materializzare l’estetica dell’anima: ma dall’altra parte della medaglia, l’autore si convince di star parlando ad una elitaria corte di uomini acculturati chiudendo gli spazi a chi, per pura curiosità, si getta tra le braccia di un saggio filosofico.

Il suo scritto è lento, troppo accademicamente impegnato e richiede requisiti di conoscenza troppo aulici: giungere alla conoscenza del dandy tramite Schiffer sarà opera dura, ma chi parte con ottime base di conoscenza troverà un’opera comunque chiarificante, ma non affascinante.

D’altronde non vuole essere un’opera dandy quella del Nostro, tantomeno atteggiarsi a tale: nella più semplice della filosofia e della saggistica, cercherà solo di trovare le giustificazioni che potranno essere motivo di apologia a chiunque voglia ribattere all’idea, prettamente italiana, del dandy sinonimo dello snob.

Daniel S. Schiffer, incaricato di filosofia presso l’Università di Bruxelles, è specialista di estetica e filosofia dell’arte. Ha pubblicato una quindicina di saggi, tra i quali: U. Eco- Le labyrinth du monde, Grandeur et mysère des intellectuelles-histoire critique de l’intellighenzia du XX siècle, La philosophie d’Emmanuel Levinas, Oscar Wilde.

Autore: Daniel S. Schiffer
Titolo: Filosofia del dandysmo o l’estetica del vivere
Editore: Excelsior 1881
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo:  14,85 euro
Pagine: 352

* Diritti dell’articolo di Mario Petillo