“Scendo, Buon proseguimento” (Fazi, 2010) di Cesarina Vighy, rappresenta il testamento spirituale della scrittrice mancata il 2 maggio. Quasi un presagio, un addio in forma di mail, considerato l’uscita del volume il 30 aprile.
Nel libro sono raccolte un corpus di mail che l’autrice negli ultimi tre anni ha inviato e ricevuto da parenti, amici e dall’editore Elido Fazi.
La figlia Alice era una delle destinatarie privilegiate dei messaggi che sono stati il suo unico contatto con il mondo esterno. La scrittrice si trovava confinata inevitabilmente nella propria camera nella casa del quartiere romano di Monteverde a causa di una “malattia grave e aggravantesi senza rimedio: Sclerosi Laterale Primaria. Ti toglie quasi tutto ma ti regala anche qualcosa”. Così Cesarina (detta Titti) scriveva all’amico Alberto. Il teologo Vito Mancuso ricorda nell’introduzione del volume una frase della scrittrice: “l’umorismo è la cosa più necessaria”. Quell’umorismo e quella lucida ironia che i lettori avevano già avuto modo di notare e apprezzare ne L’ultima estate (Fazi 2009), romanzo con il quale Cesarina Vighy aveva vinto il Premio Campiello opera prima.
Ottima narratrice e donna molto colta “Senatores boni viri, mala bestia senatus”. “Hai capito Cicerone? Vuol dire che le persone vanno prese singolarmente per rivelare le loro buone qualità, non tutte insieme”. Così Titti scriveva ad Alice nella mail intitolata Brontolii di tuono. Dai suoi messaggi scopriamo che Titti aveva molti amici con i quali manteneva una fitta corrispondenza: politica, società, cultura, ricordi, ricette culinarie, consigli e tante facezie nulla sfuggiva al suo sguardo critico. All’amica Luciana che vive a Venezia, sua città natale: “avrei voluto essere lì, a mangiare quelle fritole da suicidio… ”.
Via via che le pagine scorrono, conosciamo il mondo di Cesarina “ieri ho compiuto un numero incredibile di anni. Il 31 maggio continua a sembrare un giorno speciale”. Sappiamo che Titti ha un marito paziente (Giancarlo), una figlia speciale (“Cara la mia Alicetta in salamoia”) e un nipote adorato, Ernesto, musicista: “so tutto del concerto. Ernesto era tanto carino e ha sbagliato due sole note”. All’amica Valeria: “non rispondo nemmeno più al telefono e non frequento nessuno, tanto sono manchevoli la voce e il passo”. Un libro coinvolgente, intimo (“cara la mia micetta, grazie per esserti ricordata dei libri”), che possiede la grazia di leggersi come un romanzo fatto di vita quotidiana, il microcosmo di Titti, i suoi dialoghi attraverso la posta elettronica con gli amici più cari e con quello immaginario (il professore di letteratura), i quali diventano per il lettore personaggi. Una moderna corrispondenza fatta di sofferenza, allegria, pettegolezzi (“scrivo di notte le mie più belle pagine; solo che le scrivo col pensiero... ”). Nonostante l’inesorabile progredire dell’infermità che lentamente la privava della parola, l’autrice non si arrese e, grazie all’aiuto della figlia che diventò il suo editor, scrisse il suo romanzo d’esordio, “ripasso di una vita”, capolavoro tra riflessioni e autobiografia. “Cara mamma, ho appena finito di leggere il capitolo. In due punti ho quasi pianto”. Romanzo che ha sorpreso, commosso ed emozionato milioni di lettori i quali hanno ammirato il coraggio, l’autoironia, la forza di volontà di Cesarina Vighy.
“Cara la mia Alicetta, tu mi hai dato l’impulso a continuare ed io scrivo molto volentieri, ma questo potrà interessare gli altri?”.
Nel post scriptum della postfazione, Elido Fazi scrive: “Il libro è anche di Giancarlo, il ladrone crocifisso accanto a Gesù e di cui nessuno sa la storia e i miracoli. Il vero eroe moderno di questa storia potrebbe essere lui”. Il dolore, la rabbia, la sofferenza riaffiorano nel libro, ma sono appena accennati perché questa è stata la grande forza di Cesarina Vighy cioè quella di non far pesare la propria condizione fisica agli altri. Anzi la scrittrice fino alla fine l’ha affrontata a viso aperto, con spirito e determinazione, dimostrando a tutti che si può convivere con una sindrome invalidante come quella che l’aveva colpita. Una grande forza d’animo è il filo conduttore di Scendo, Buon proseguimento, straordinario romanzo epistolare che dimostra l’estrema coerenza di una piccola grande donna.
Desideriamo ricordarla con una poesia che l’autrice invia in una mail alla figlia:
“C’è un’ape che se posa su un bottone de rosa: lo succhia e se ne va/Tutto sommato la felicità è una piccola cosa” (Trilussa).
Cesarina Vighy nata a Venezia, ha vissuto a Roma fin dagli anni ‘50. Sposata e con una figlia, ha lavorato al Ministero dei Beni Culturali. È stata responsabile d’importanti biblioteche quali la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Via Caetani. Sei anni fa era stata colpita dalla SLA, malattia che le aveva creato grandi difficoltà nell’uso delle parole. Con “L’ultima estate”, primo romanzo pubblicato, ha ottenuto il Premio Campiello Opera Prima. Il libro è stato uno dei cinque finalisti al Premio Strega 2009 piazzandosi al quarto posto. Cesarina Vighy è mancata il 2 maggio 2010.
Autore: Cesarina Vighy
Titolo: Scendo, Buon proseguimento
Editore: Fazi
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 18 euro
Pagine: 434